UNIV. TORINO: MORTALITA' PIU' ALTA TRA LAVORATORI PRECARI
(AGI) - Roma, 25 lug. - Tra i lavoratori precari e i disoccupati la mortalita' e' piu' alta anche del 250% rispetto alla generalita'. E' quanto emerge dai dati raccolti da epidemiologi dell'Universita' di Torino, in base ai quali le condizioni di salute della popolazione sono strettamente condizionate anche da fattori non fisici o biologici, quali quelli psicologici, e quelli legati alla condizione economica e sociale. Benche' le situazione generale di salute della popolazione italiana sia negli ultimi anni raggiungendo piu' elevati livelli, questa condizione non e' distribuita in maniera molto omogenea tra le diverse fasce sociali. L'analisi ha posto in luce che nelle fasce di popolazione che hanno un lavoro precario si registra un tasso di mortalita' superiore del 50% rispetto a quello esistente tra coloro che hanno un lavoro stabile. Tra i disoccupati, poi, questa differenza diventa ancora piu' eclatante, raggiungendo addirittura il 250%. D'altro canto che l'insorgere delle malattie venga determinato anche da fattori e situazioni non strettamente collegati alle situazioni fisiche e' dimostrato dall'aumento verificatosi negli ultimi anni dalle malattie da stress, alcune delle quali, per le loro caratteristiche, sono addirittura ammesse ad indennizzo dall'INAIL come malattie professionali. Valga per tutte l'esempio delle malattie determinate dal mobbing che determina una condizione di stress generalizzato nell'organismo della vittima. E' evidente che la situazione di insicurezza e la sensazione di precarieta' economica in cui si trova a vivere una persona che non puo' contare su un lavoro stabile - e quindi su un ruolo sociale definito - esplica i suoi effetti negativi anche sulle condizioni organiche. Inoltre, secondo una ricerca condotta recentemente da un gruppo di sanitari a Roma, la collocazione sociale influenza anche la condizione del malato, determinando non solo la frequenza ma anche il decorso e l'esito della malattia. Secondo la ricerca, infatti, benche' le malattie cardiache colpiscano con maggiore frequenza gli appartenenti alle classi sociali piu' deboli, essi hanno il 25% in meno di probabilita' di avere accesso alle unita' coronariche. (AGI)