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DONNE, O I FIGLI O IL LAVORO COSI' SI DISCRIMINANO LE MADRI
La Repubblica, 1 dicembre 2005 Cronaca
Una su cinque si licenzia o viene cacciata In un documentario le storie di chi ha dovuto "mollare" I mille modi per scoraggiare, umiliare, mettere alle corde Contratti non rinnovati con un pretesto e tanto mobbing MARIA STELLA CONTE ROMA - Una cosa sono i numeri. Un´altra le voci. E fa un certo effetto guardare negli occhi chi racconta perché c´è passata - la storia di un´altra Italia. Che umilia e discrimina chi vuole diventare madre; che emargina ed espelle chi ha l´ardire di mettere al mondo un secondo figlio. Nel Paese con una delle legislazioni più avanzate in fatto di maternità e dai congedi parentali democraticamente estesi ormai anche ai padri, nel Paese dove le coppie dichiarano di coltivare il sogno di una famiglia numerosa, vivono le donne con uno dei tassi di fecondità più bassi al mondo. Forse perché, al di là delle leggi e delle belle dichiarazioni d´intenti, ogni ragazza sa che da noi, se vuoi avere un bambino e lavorare contemporaneamente, devi essere disposta a pagare a volte un prezzo altissimo. L´Istat ce lo aveva già detto attraverso le cifre. Ora, un documentario firmato da Silvia Ferreri dà a quei numeri volti, nomi, suoni, colori. E ci lascia increduli. Ci spiazza. Si intitola «Uno virgola due» (dal tasso di fecondità slittato da 1,29 a 1,33 solo recentemente), è stato realizzato con il contributo del Comune di Roma e verrà presentato per la prima volta questa sera nella capitale, al cinema Quattro Fontane, dove sarà presente a coordinare il dibattito Miriam Mafai. Prima i numeri: in Italia, il tasso di occupazione nella fascia 20-49 anni è pari al 56 per cento per le donne senza figli, al 53,6 per le donne con un figlio, al 47 per quelle con due figli, al 33,7 per chi ne ha tre o più; il 20,1 per cento delle madri occupate al momento della gravidanza, non lavora più dopo il parto: nel 69 per cento dei casi la donna si è licenziata, nel 23,9 il contratto era scaduto e nel 6,9 è stata licenziata. «L´idea non è nata però dalle statistiche, ma dal percepire intorno a me - da parte delle mie amiche e delle donne che incontravo questo senso di smarrimento e di difficoltà nel conciliare maternità e lavoro» spiega Silvia Ferreri, «Allora ho chiesto a Miriam Mafai di lanciare attraverso "Grazia" un appello alle lettrici: che scrivessero e raccontassero le loro storie. Sono stata sommersa di lettere. La mia sensazione era giusta: c´erano, ci sono mille modi per dire alle donne: o i figli, o il lavoro; per fargliela pagare quando non si tolgono di torno; per creargli sensi di colpa e costringerle a ridimensionare le aspettative professionali una volta diventate madri». Così nasce il documentario. La macchina da presa puntata sulla vita interrotta di chi non aveva più sedia né tavolo al rientro dalla maternità; di chi è stata licenziata con un pretesto; di chi è stata strattonata verso l´uscita. Storie scomode da dire e da ascoltare, clandestine in fondo, di cui ci si vergogna un po´ da una parte e dall´altra. E che pure sono ancora la nostra Storia.
MARIA GRAZIA
LICENZIAMENTO "Accusata di frode aspetto giustizia" Maria Grazia, 34 anni, Roma. «Lavoravo come commessa per una catena di profumerie che aveva un negozio proprio sotto casa mia. Quando rimasi incinta del secondo figlio, prima mi chiesero di dimettermi, poi mi spostarono in una sede molto lontana. Fui costretta a prendere il motorino per attraversare la città in fretta: ebbi una minaccia d´aborto, il medico stilò un certificato di maternità anticipata. Fu come aver firmato una dichiarazione di guerra. Una volta partorito, il medico sbagliò di un giorno la data su un certificato. La corresse 24 ore dopo. Fui licenziata per frode e falso. Mi sono rivolta ad un avvocato: sono passati tre anni e ancora non sono stati ascoltati i testimoni. Quando ho ricominciato a cercare lavoro, le persone avevano una sola preoccupazione: hai già due figli, non avrai intenzione di fare il terzo! Perché il primo te lo passano; per il secondo ti fanno vedere i sorci verdi; al terzo, se solo ci pensi, sei una pazza».
SIMONA
MOBBING "A non fare nulla in un magazzino" Simona, 35 anni, Firenze. «Lavoravo in una azienda nella quale mi occupavo del marketing e alla quale avevo dedicato tutta la mia vita, quasi fosse stato un figlio. Quando tornai dalla maternità dopo aver usufruito dei tempi minimi previsti dalla legge, non trovai più il mio ufficio. Mi misero una sedia in un magazzino e basta: non facevo nulla, solo di tanto in tanto qualcuno mi chiedeva di fare qualche fotocopia. Alla fine, riuscii ad ottenere una scrivania. Mi offrirono una buona uscita per andarmene. Rifiutai. Ma con la testa non ci stavo più. Era troppo duro così. Capivo che non c´era, non ci sarebbe mai più stato spazio per me lì dentro perché per loro io non c´ero più, c´era solo una madre: non volevano utilizzarmi, ma eliminarmi. E ho mollato. Oggi, se potessi parlare ai politici direi di proteggere il lavoro femminile e favorire il part time; alle madri, direi di non vergognarsi mai; ad una platea, che il lavoro nobilita l´uomo, e anche la donna».
TERESA
CONCILIAZIONE "Che cosa si aspetta con un bambino?" Teresa, 34 anni, Roma, laurea in economia e commercio. «Avevo un lavoro a tempo determinato in una banca. Erano soddisfatti di me e del resto avevo investito molto sulla mia preparazione professionale. Mi avevano assicurato che mi avrebbero rinnovato il contratto. Rimasi incinta. Ricordo che cercavo di nascondere la gravidanza con vestiti larghi; non fui più chiamata. Ma il peggio è stato poi andare per le agenzie di lavoro interinale dove mi presentavo con il bimbo e vedere le loro facce scandalizzate, come a dire: ma cosa vuol trovare con suo figlio appresso? Già è difficile normalmente, e lei mette questi paletti! Ma non avevo nessuno a cui lasciarlo. Non ero abbastanza svantaggiata per avere un posto nell´asilo nido. Pensavo: studi, lavori, fai un figlio, torni e ti fanno ricominciare da capo; fai il secondo e di nuovo vai all´indietro e devi ripartire. Di questo passo quando arriveremo ai posti che ci permetterebbero di cambiare le cose?».
STEFANIA
DISCRIMINAZIONE "Pannolini e filosofia connubio difficile" Stefania, 33 anni, Roma. «Mi sono laureata a Roma in scienze politiche, poi il master alla Normale di Pisa, poi di nuovo a Roma come ricercatrice universitaria in filosofia politica. Mi ci volle non molto per rendermi conto che a livello di cattedra, le donne con una famiglia erano praticamente zero. Decisi allora di cambiare strada, di uscire dal mondo accademico che mi sembrava discriminatorio. Quello che trovai fuori, però, era quasi peggio. Puntualmente, ai colloqui di lavoro mi trovavo di fronte alla domanda: lei ha intenzione di sposarsi o di avere figli a breve? Io mi rifiutavo di rispondere, opponevo che questa non era questione attinente alle mie competenze professionali. Va da sé, che non ho mai superato nessun colloquio. A volte, quando mi lamento che alla mia età ancora non ho un figlio, mi sento dire: ma hai tempo fino a 40 anni! E io mi chiedo: a 40 il primo. E il secondo quando?».
FONTE: Il Giornale di Vicenza, 1 DICEMBRE 2005
Episodio inquietante. Denunciato in Procura tecnico del centroepilessie. Molestie sessuali in ospedale. Una paziente ricoverata è stata vittima più volte La direzione ha aperto anche un'inchiesta interna.È stato lo stesso direttore medico del San Bortolo, dopo il dettagliato esposto della donna, a segnalare alla magistratura il caso che ha creato scalpore in tutta la struttura. Spuntano altre denunce (anonime) di Franco Pepe. Un'altra grana giudiziaria si abbatte sul San Bortolo. Un tecnico, abitante in città, che lavora da anni al centro per le epilessie diretto dal dott. Pier Gaetano Garofalo, è stato denunciato alla procura per atti di libidine e molestie sessuali più volte ripetuti nei confronti di una paziente ricoverata. È stato il direttore medico dott. Edoardo Vanzetto a trasmettere l' esposto dopo aver ricevuto nei giorni scorsi una dettagliata segnalazione da parte di un legale al quale la donna si era rivolta. Il presunto responsabile del grave fatto che ieri ha messo a rumore tutto l'ospedale avrebbe alle spalle una notevole anzianità di servizio e sarebbe quasi prossimo all'età della pensione. Il centro per le epilessie è quello, inaugurato dall'assessore regionale Flavio Tosi ai primi di ottobre nei locali ristrutturati del vecchio chiostro, che opera in autonomia come gemmazione della neurologia accanto all'analogo servizio per la sclerosi multipla, con una rilevante casistica di 5 mila casi e 2 mila 600 fra visite e encefalogrammi ogni anno. Non si hanno finora altri dettagli sull'inquietante episodio, che segue di una ventina di giorni l'altra clamorosa vicenda venuta alla luce dopo una serie di controlli negli uffici dell'economato del S. Bortolo, e che ha portato alla denuncia del capo dell'ufficio acquisti, il 62enne Armando Alberti, accusato di aver alleggerito, a una prima verifica tuttora in corso, la cassa dell'ospedale di una somma di 400 mila euro. In ogni caso la direzione dell'Ulss non ha perso tempo. Ha girato la segnalazione alla Procura per gli eventuali provvedimenti di carattere penale e ha aperto un canale di inchiesta interno per le possibili sanzioni disciplinari di natura amministrativa da infliggere al tecnico che sarebbe implicato nello scabroso episodio. È questa, almeno da molti anni a questa parte, la prima denuncia ufficiale per molestie sessuali che chiama in causa un dipendente dell' ospedale, anche se di segnalazioni anonime più o meno dello stesso tenore, nella "bocca della verità" del San Bortolo, ne sono giunte negli ultimi mesi anche altre. In un caso un'ex dipendente avrebbe ricevuto attenzioni poco edificanti da parte di una figura di primo piano del San Bortolo, pare si tratti addirittura di un dirigente amministrativo, protagonista di un comportamento «grave e agghiacciante». La vittima delle incresciose avances, in una lettera inviata all'Ulss e anche al nostro giornale, ha definito tutta la vicenda «umiliante». Una lettera che risulta inviata anche al comitato pari opportunità, ma la presidente Bianca Rosa Guglielmi smentisce: «Le uniche cose di cui so sono le risposte a un questionario sottoposto 5 anni fa a tutto il personale. In quell'occasione il 2 per cento delle segnalazioni riguardavano molestie sessuali all'interno dell'ospedale ai danni dei dipendenti e dei pazienti. Per il resto nulla. Nessuno mi ha mai scritto o telefonato. Abbiamo però elaborato un codice di condotta che contempla aggressioni morali e sessuali, e situazioni di mobbing. L'azienda lo ha recepito e il prossimo anno lo inseriremo nella formazione obbligatoria dell'Ulss». FONTE: Il Giornale di Vicenza, 1 DICEMBRE 2005
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